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Io, Italiana a Londra, non torno in Sicilia dai miei perché non voglio dare un passaggio al virus

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“Un giorno lo racconteremo, ci chiederanno com’è stato” lo continuo a ripetere, me lo ripeto ogni tanto quando sento il cuore che mi batte in gola e la voce mi si strozza mentre parlo al telefono con mia mamma. Respiro profondo e penso “passerà, tutto passa” anche il Coronavirus.

Vivo a Londra, sono italiana e la mia famiglia è in Sicilia. A fine Marzo avevo previsto di andarli a trovare, di trascorrere una vacanza con loro. In Sicilia sarei dovuta tornare anche per organizzare il mio matrimonio e invece sono a Londra, dove la situazione sembra tranquilla (ed è quel sembra che mi agita): i locali aperti, le scuole aperte, le palestre piene e i tamponi effettuati ancora troppo pochi. Dieci giorni fa ho annullato un’intera settimana di lavoro a Milano, progetti, meeting ed impegni organizzati da mesi, perché non mi sembrava responsabile partire e viaggiare, andare in Italia e rientrare a Londra, facendo da ponte, portando magari con me il virus, consapevole o meno. A distanza di qualche giorno i casi in Italia sono aumentati, la situazione si è fatta ancora più critica, le morti continuano a risuonare in un pallottoliere che nessuno vorrebbe sentire ed è stata impostata la bozza diffusa di un decreto legge del Governo, pensato per invitare la gente a restare a casa e a non lasciare le proprie città o regioni. Proprio la fuga di notizie dell’approvazione di quel decreto, che avrebbe impedito di entrare e uscire dalla Lombardia, ha spinto migliaia di persone a prendere treni, pullman e auto a viaggiare da Nord a Sud in un esodo peggiore di quello che si voleva evitare. Studenti fuori sede, meridionali che vivono e lavorano al Nord ormai da anni, lombardi proprietari di case di villeggiatura in Puglia, Calabria, Sicilia… tutti riversati nelle nostre strade, nei nostri locali, affollati nelle città del Sud, città che non hanno le stesse attrezzature di una città come Milano, che non sono pronte ad affrontare un’emergenza che adesso può arrivare anche lì.

Il virus non ha gambe né ali, siamo noi che gli diamo un passaggio. E l’altra sera migliaia di persone gli hanno dato un passaggio verso il Sud.

– Prof. Dott. Claudio Vicini, direttore del Dipartimento “Testa-collo” dell’Ausl Romagna.

Anche io vorrei abbracciare i miei genitori, andarli a trovare e stare sul divano con loro a guardare un film, pranzare insieme e intanto aggiornarci sulla situazione “lì fuori” guardando il TG. Anche io vorrei farli stare più tranquilli, non stargli lontana. Vorrei fare la zia e stare con mia nipote e invece giochiamo su FaceTime, lei si nasconde sotto una coperta con cui ha costruito il tetto del suo fortino in salotto e io le dico “chi c’è qui sotto?” mentre mia sorella le fa il solletico facendo le veci delle mie mani. Flavia ha 3 anni e mezzo, l’altro giorno mentre parlavamo in videochiamata ha abbracciato sua mamma e quando le ho chiesto “E a me? Chi abbraccia me?” ha allargato il braccio e ha avvolto il telefono per stringermi un po’. Non ho preso un aereo, non avrei preso un treno se ancora vivessi a Milano, il mio non è un atto eroico, non è un gesto eclatante, è un’azione dettata dal senso civico e dal rispetto per le regole, anche quelle che non riguardano direttamente me, ma che applico per precauzione. Non voglio vivere in un mondo egoista e faccio la mia parte perché non lo sia. Non sono andata a Catania e non so quando ci tornerò, non lo faccio perché amo la mia famiglia, amo il Paese in cui vivo e quello in cui sono cresciuta e perché non voglio dare un passaggio al virus fino alla mia Terra. #IoRestoACasa

Ps: A tutti coloro che vivono lontani dalle proprie famiglie e da chi amano, mando un abbraccio, che per quelli virtuali non servono distanze di sicurezza, mascherine e paura.


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